lunedì 2 luglio 2012

L'usignola stonata





Tutti gli usignoli nascono per cantare, vivono studiando musica e muoiono trillando.
Ma una volta venne al mondo una bambina anormale.
Si chiamava Bel Canto e il suo primo vagito fu un gorgheggio acutissimo, ma stonato.
I genitori del piccolo mostro si sentirono trafiggere il cuore.
<Cosa facciamo?>, chiese lui sperduto.
<Corro a chiamare il dottore>, rispose lei trattenendo le lacrime.
Bel Canto li guardava alternativamente coi grandi occhi neri. Era bellissima.
<Se mi guarite la bambina>,  disse mamma usignolo al medico chirurgo del bosco, <Vi darò la collana d’oro che mi ha regalato mio marito il mattino del matrimonio>.
Il vecchio fece un movimento storto e sentì il solito reumatismo nelle ali.
<E’ stonata al cento per cento, signora>, rispose con tono professionale, <non c’è alcuna speranza>.
Il suo destino era l’immediata eutanasia, legalmente imposta dallo stato a queste orride e rarissime creature, oppure poteva essere allevata dai genitori fino alla maggiore età , ma a diciotto anni e un giorno sarebbe stata ricoverata per sempre alla clinica degli Irrecuperabili.
Crebbe bella e buona, anche se isolata da tutti perché gli usignoli, per legge, non possono ascoltare stonature.
Studiava volentieri e suo maestro privato fu il gatto Mustafà, visto che nessun usignolo, mai, per nessuna somma al mondo, avrebbe accettato di dare lezioni ad una persona stonata.
Egli era molto religioso e pretese che l’usignola conoscesse a memoria i Sacri Testi:
<Molte migliaia di anni fa>, raccontava lisciandosi i baffi, <la prima coppia di usignoli cantava in maniera divina, spontaneamente, senza studio alcuno, ma ormai il dono del canto celeste è perduto per sempre>.
<E lei sa, signor maestro, cos’era che li faceva cantare così?>, chiedeva l’usignola, che si struggeva per il desiderio di gorgheggiare e non poteva.
<Cantavano perché si amavano>, rispondeva Mustafà affilandosi il minaccioso artiglio che portava al mignolo.
<Che cos’è l’amore, Mamma?>, domandò quella sera l’usignola, che era molto giovane e ignorante.
<L’amore è fare del bene a tutti senza avere niente in cambio>.
<Anche a quelli che mi pigliano in giro perché sono stonata?>.
<Soprattutto a loro, è quello il vero amore.
E fra cent’anni, quando morirai, potrai cantare per sempre con me, i fratelli e le sorelle, nel Paradiso degli usignoli, e non stonerai mai più >.
Fu così che quella notte Bel Canto sognò il Paradiso.

Adesso l’usignola portava nei capelli, lunghi e sciolti sulle spalle, un fiocco rosso un po’ meno vistoso di quando era bambina.
Se avesse solo potuto cantare almeno un po’, almeno sottovoce, almeno qualche volta, quanto sarebbe stata felice. Si sfogava danzando nel sole.
Da qualche tempo, tuttavia, le piaceva starsene da sola per pensare.
Le era capitata una cosa stranissima e nuova.
Si era innamorata.
Lui era il figlio maggiore del medico chirurgo del bosco, un giovane bellimbusto, un certo Giuseppe Fa Diesis, tenuto d’occhio dalla polizia per avere formato, nascostamente, un gruppo rock proibitissimo dalle tradizioni melodiche usignolesche. Era un pittore da strapazzo, portato su dalla critica, e si erano conosciuti ad una mostra d’arte.
L’aveva subito corteggiata, ma quando a lei, emozionatissima, era sfuggito un ciùùùùù stonato, era andato a deriderla di notte, facendole una serenata sotto la finestra, insieme agli amici degni di lui :
<C’era una volta un’usignolina, ch’era davvero una bella bambina, grandi occhi neri, boccuccia a cuore, fiocco di seta fra i riccioli bruni, quant’era bella l’usignolina, era davvero una bella bambina, era stonata l’usignolina, era stonata l’usignolina, era stonata, stonata, stonata…>.
Papà usignolo e i fratelli di Bel Canto si rimboccarono le maniche e la conseguente partita di pugilato fruttò a Giuseppe Fa Diesis un vistoso occhio nero.
Il giorno in cui compì diciotto anni, mamma e papà usignolo dettero un gran ballo per lei, ma il mattino seguente, con la morte nel cuore, l’accompagnarono alla clinica degli Irrecuperabili, dove dovettero lasciarla per sempre. Ogni mese avrebbero potuto scriverle e ricevere una lettera da lei, ogni anno le avrebbero fatto una visita di due ore, niente telefonate né contatti attraverso Internet e, soprattutto, niente telefonini ai degenti, in un lampante tentativo di isolarli per evitare qualsiasi loro intromissione nella società normale.
Quella sera, a cena, l’usignola si vide circondata da una stranissima compagnia di gente tutta anormale, chi per un verso e chi per l’altro. Erano semplicemente stupefacenti.
Di fronte a lei stava seduta una coniglia coraggiosa, a destra le farfalle scolorite, a sinistra l’aquila che non sapeva volare pur avendo le ali come tutte le altre aquile, e poi c’erano le zanzare e le vespe senza pungiglione, pavoni e pavonesse senza coda, la formica sprecona e il pesce che non sapeva nuotare.
<Come ti chiami? Come ti chiami? Come ti chiami?>, le zufolò all’orecchio una vecchia zanzara senza pungiglione.
<Mi chiamo Mimma>, mentì l’usignola. Nessuno, mai più, avrebbe saputo il suo vero nome.
<Mimma, che nome buffo>, commentò una vespa senza pungiglione contorcendosi dalle risa.
D‘un tratto si sentì uno stridio, un chiasso, un arruffio d’ali: erano entrati a volo i pipistrelli bianchi, che presero rumorosamente posto ai tavolini. Erano tutti nervosi e sgarbati.
“Ma perché non provano a farsi il bagno nell’inchiostro di china?“ pensò l’usignola,
“diventerebbero neri come i loro compagni e sarebbero felici“.
L’indomani quel povero cane del direttore a momenti si faceva venire l’attacco di tachicardia quando vide che i pipistrelli, ormai tutti guariti, ancora stranamente gocciolanti, infilavano la finestra e se ne andavano senza dire ‘ ciao’.
<E’ stata l’usignola>, l’informò la domestica Brigida, una farfalla stagionata, con le ali a pezzi, capocameriera della clinica e grandissima pettegola, <gli ha fatto il bagno nell’inchiostro di china>.
<Questa cretina mi fa perdere i clienti>, gridò il direttore battendo la zampa sulla scrivania. E la sera, quando uscì per la solita passeggiatina sotto gli alberi e incontrò l’usignola, non le rispose al saluto.
Non sempre, anzi quasi mai , all’usignola era facile addormentarsi. Ripensava a come cantavano i suoi genitori coi fratelli e a quando danzavano tutti insieme mentre lei batteva il tempo con le ali : era l’unica cosa che sapesse fare.
Quella notte c’era la luna piena, pacioccona, allegrissima e curiosa. L’usignola uscì dalla finestra a volo felpato e incontrò la coniglia Iolanda, che piangeva e singhiozzava appoggiata contro un albero. Le era arrivata una lettera disperata del fidanzato Ciccino e voleva tentare la fuga.
<Ma ti riprenderebbero subito coi cani, non hai paura?>, chiese l’usignola preoccupata.
<Io ignoro la paura>, affermò Iolanda.
<Potresti fingere>, suggerì l’usignola. E così, l’indomani, la coniglia svenne più volte, gridando a squarciagola e sostenendo di spaventarsi ora per il fruscio minaccioso del vento, ora per l’umidità sospetta dell’erba, ora per gli strani colori del sole fra le nuvole, ora per la porta che si apriva o si chiudeva cigolando. Fu un’attrice consumata e il direttore, guaendo esasperato, si affrettò a dimetterla credendola guarita. Iolanda se ne andò dimenticandosi completamente di salutare l’usignola. Si sposò senza nemmeno mandarle una partecipazione.
Tra Mimma e il pesce che non sapeva nuotare era sorto un amore: <Vorrei baciarti>, le disse lui un bel mattino.
<Anch’io>, rispose sinceramente l’usignola.
<Come facciamo? Non posso muovermi>, affermò mortificato il pesce rosso diventando scarlatto dall’emozione e dalla vergogna.
<Cerca di venire alla superficie>, gli disse lei, <io mi abbasserò e ci baceremo>.
Fu così che gli riuscì di muovere le pinne e, d’un tratto, imparò a nuotare. Se la squagliò via a stile libero e di lui l’usignola, accorsa a salutarlo, vide soltanto un codino guizzante in lontananza.
L’usignola aveva sempre più insonnia. “Nessuno mi vuole bene”, pensava quella sera rigirandosi nel letto. Le era venuto il mal di testa a furia di trattenere le lacrime, infine decise di farsi un infuso di fiori di camomilla zuccherato col miele.
Mentre si avviava verso la cucina, sentì qualcuno che piangeva nel buio. Aprì la luce e vide l’aquila che non sapeva volare, era alta, bruna, bella e disperata.
<Aiutami, aiutami>, incominciò ad invocarla.
<Perché non provi ad agitare le ali ?>, disse Mimma, com’era logico.
<O volare o morire>, esclamò l’aquila, e si buttò giù dalla finestra.
Dapprima cadde, all’ultimo secondo mosse le ali, decollò, ingranò la quarta, la quinta, la sesta, difatti le aquile hanno moltissime marce, sempre seguita dall’usignola, che l’incoraggiava, infine a braccia spalancate, inebriata di gioia, filò via verso il pizzo di una montagna abbandonando l’usignola in un vortice di vento freddo e dispettoso mentre la luna, con un baffo di nuvola sulla bocca, osservava interessatissima.
<Non lasciarmi qui da sola, ho paura>, gridava invano l’usignola ruzzolando a destra e a sinistra impietosamente.
L‘indomani dovette rimanere a letto, col termometro nel becco e il raffreddore. Ricevette numerose visite.
<Insegnami a diventare una vera formica risparmiatrice come tutte le altre> pregò umilmente la formica sprecona.
<Non vedi come siamo spente? Trova i colori per le nostre ali>, piagnucolarono le farfalle scolorite.
<Devi procurarci assolutamente una ruota>, dissero i pavoni senza coda con tono sottilmente provocatorio.
<Siamo sicure che, invece, riuscirai a guarirci per prime>, sciamarono le zanzare e le vespe senza pungiglione con sorrisetti adulatori.
Appena si sentì meglio, Mimma uscì a farsi una passeggiata. Era il tramonto arancione e violetto, il sole, assonnato, sbadigliava.
L’usignola si fermò tra verdissime e gentili foglie, si guardò attorno svagata e, all’improvviso, le venne un’idea:
<Mi regaleresti un poco dei tuoi colori per dipingere le farfalle?>, chiese con garbo alla natura. Tutti furono generosi e, con la tavolozza traboccante di tinte preziose, l’usignola si mise a creare fantasiosi ghirigori sulle ali delle farfalle, che appena pronte, senza ringraziarla affatto né salutarla, correvano subito via ad ammirarsi in tutti gli specchi.
I pavoni ne furono gelosi, si infiocchettarono più del solito e, tutti eleganti, presentarono ricorso alla direzione della clinica. In quanto alle zanzare e alle vespe senza pungiglione, fecero una zufolante manifestazione contro l’usignola in pubblica piazza, esibendo cartelli e urlando slogan.
Intanto Mimma, almeno, riuscì a fare entrare nella durissima zucca della formica sprecona, tutto a memoria, il manuale della perfetta risparmiatrice ed anche lei venne dimessa guarita col massimo dei voti, ma non la ringraziò né le disse ‘ciao’.
Quella notte l’usignola insonne sentì tramestio, deboli miagolii e strazianti gemiti : erano stati arrestati due gatti, Cicerone e Macchietta, colpevoli di avere ospitato, tutti insieme, orfanelli di gatti, cani, topi e uccellini, che vivevano contenti nella stessa casa senza odiarsi come le leggi prescrivevano.
“Dovrebbero fingere di aver paura dei cani e almeno di mangiarsi i topi, non dico gli uccellini“, pensò l’usignola rabbrividendo. “Domani gliene parlo“, decise con un sospiro, “anche se pure loro se ne andranno liberi e felici senza salutare“.
La notte sognò di cantare a gola piena, liberamente, in un’estasi di musica perfetta, insieme a mamma, papà, i fratelli e le sorelle. C’erano tanti arcobaleni di luce in movimento e forse quello era il Paradiso.
Quando il vecchio cane vide i due gatti sfuggire da lui terrorizzati e seppe che correvano selvaggiamente appresso ai topi, dovette considerarli guariti. Schizzarono via nella foresta, strettamente abbracciati, senza voltarsi indietro.
Il direttore era semplicemente furente e ormai vicino all’idrofobia. La clinica stava diventando vuota. Per sua fortuna il giorno seguente venne arrestato Giuseppe Fa Diesis, che siccome aveva il vizio di girare in motocicletta senza casco, era caduto, aveva battuto la testa ed aveva completamente perduto il senso del ritmo armonioso. Tre poliziotti l’avevano sentito cantare scompostamente e si erano affrettati a legarlo come un salame e trasportarlo lì di peso.
Il primo pensiero che le venne appena lo vide fu”Maleducato, ben gli sta“ .
Ma subito se ne pentì e andò a fargli un sorriso da dietro le sbarre della finestra della cella imbottita nella quale chiudevano i pazzi furiosi.
Anch’egli la riconobbe e le accennò un saluto.
L’indomani  mattina l’usignola si fece tutta bella : camicetta di sangallo e gonna di lino rosa. All’ultimo momento strinse di un buco la cintura e, respirando a stento, si apprestava a fargli visita, quando qualcuno bussò alla porta della sua stanza.
Era la farfalla Brigida, con un rocchetto di filo di ragno, che le chiese di rattopparle le ali per poi dipingerle coi colori della natura.
Aveva una bella faccia sorridente e onesta che l’usignola non le aveva visto mai.
Ci volle tutta la mattinata, con quella cintura che le strizzava la vita e una fame da lupi perché non le aveva dato neanche il tempo di fare colazione.
Verso l’una, con la camicetta macchiata di vari colori, l’usignola si precipitò in sala da pranzo e stava per mettere in bocca la prima cucchiaiata di pasta e fagioli, quando restò a becco aperto : Giuseppe Fa Diesis, calmissimo, stava seduto davanti a lei, aveva finito il primo piatto e non la degnava di uno sguardo.
In quel momento, dalla finestra spalancata, si vide la farfalla Brigida, che se ne volava via a testa alta seguita da un codazzo di ammiratori. Le ali erano stupende. “ Speriamo, almeno, che trovi marito e non torni più qui “, pensò l’usignola.
Quella sera Giuseppe Fa Diesis tentò il suicidio buttandosi nel pentolone dove bolliva il brodino per la cena. L’usignola, che si trovava in cucina per farsi la solita camomilla, riuscì a tirarlo fuori bruciandosi a sua volta.
Le cuoche chiamarono soccorso. Erano tre porcelline rosa e tonde, che in quel momento si strappavano i capelli dalla paura.

Accorsero le cavallette con le lettighe e finirono ricoverati lui nell’infermeria degli uomini e lei in quella delle donne. Il sole li andava alternativamente a visitare.
<Sono innamorato dell’usignola>, confessava Giuseppe Fa Diesis tutto rosso di emozione.
<Non dire assurdità>, rispondeva sostenuto il sole.
<Sono innamorata dell’usignolo>, confessava Mimma a bassa voce, tutta pallida.
<Non ci pensare, piccola>, rispondeva affettuosamente il sole.
<Come faccio a spegnere questo amore, io che sono fatto di fuoco?>, chiedeva preoccupatissimo il sole all’amica nuvoletta.
<Vuoi che li bagni io? Forse basterà>, rispose candidamente lei.
Guarirono entrambi e cercavano di evitarsi perché agli irrecuperabili il matrimonio è legalmente proibito per non deteriorare la specie con figli scemi, ma un giorno, per caso, si videro in giardino, accanto alla folta siepe di pitosforo, che girava tutt’attorno alla clinica.
<Eccoli, sono lì>, gridò la nuvoletta, si mise a piangere e li bagnò.
<Ripariamoci nella siepe>, sussurrò Giuseppe Fa Diesis prendendola per un braccio.
Il cuore dell’usignola sembrava una bomba a orologeria pronta a scoppiare.
<Oh, gli sposini, gli sposini !>, dissero tutti i piccoli fiori della siepe, <verrete a vivere qui ?>.
<Mimma, io ti amo>, si dichiarò Giuseppe Fa Diesis cascando in ginocchio davanti a lei perché all’improvviso gli cedettero le gambe, <sposiamoci in segreto e nascondiamoci per sempre>.
<Ma che dici? Come potremmo vivere sempre nascosti ?>, chiese lei sudando copiosamente.
Egli non le mollava la mano, sulla quale aveva appoggiato la fronte bruciante. <Se tu mi lasci sono un uomo morto>, sussurrò sempre a testa bassa.
<Noi possiamo essere soltanto amici>, rispose l’usignola.
Era sempre meglio di niente. Uscirono mentre tutti quei fiorellini incoscienti ridevano loro in faccia, il sole volle informarsi:
<Che avete fatto lì dentro ?>.
E loro due, in coro, risposero: <Ci siamo riparati>.
Intanto il vecchio cane mandò a chiamare l’usignola Mimma nel proprio studio. Era più arrabbiato che mai.
<Tu!>, urlò puntandole contro il dito indice della sua zampaccia pelosa, <tu ci hai   rovinati>.
L’informò convulsamente delle proteste varie in corso da parte dei pavoni senza coda e delle vespe senza pungiglione.
La vespa Serafina Cativella aveva espressamente parlato con lui poco prima, in veste di delegata. Perché gli altri erano guariti e loro no? O tutti o nessuno.
<E’ colpa tua>, strepitava il direttore, <finirò ammanettato. Tu hai guarito tutti gli inguaribili. Sono venuti i giornalisti e la televisione, ti vogliono intervistare. Mi manderanno all’ultimo manicomio. E dire che stamattina le mie guardie avevano avuto un bel colpo di fortuna e avevano acchiappato l’agnello furioso. Se solo riuscissimo a prendere la tartaruga Edvige, che corre sempre, e la colomba infedele, potrei rifarmi una vita. Quelli non li guariresti per davvero>.
“E perché no“ , pensò l’usignola, “se l’agnello mangiasse il miele diventerebbe dolce, se alla tartaruga attaccassi delle ventose alle zampe non potrebbe correre più e se la colomba infedele si innamorasse diventerebbe fedelissima, ci giurerei“. Tuttavia si guardò bene dal dire parola di tutte queste cose che le giravano in testa, <Ma per la ruota dei pavoni non so come fare>, le scappò. <Fuori!>, urlò a questo punto il direttore, <vattene, stupida usignola che non sa cantare>.
Non c’era offesa più grande. Con gli occhi pieni di lacrime, Mimma scappò via e si buttò per le campagne e il bosco a volo forsennato.
Sfinita, si sedette un momento accanto a un roveto fissandolo senza vederlo.
Una spina la punse. <Ahi>, fece l’usignola leccandosi il dito.
<Ciao>, disse la spina. Era giovane e bionda come le sue gemelle, erano tutte regolarmente arruolate nell’esercito del roveto ed indossavano una divisa militare azzurra.
All’usignola venne un’idea strabiliante: <Mi daresti un po’ delle tue spine?>, chiese educatamente al roveto, <le vorrei attaccare con l’incollatutto a certe zanzare e vespe anormali, che sono nate senza pungiglione>.
Fu così che anche le zanzare e le vespe se ne andarono felici a sciamare in giro per il mondo. L’usignola non era neanche entrata in camera che qualcuno lanciò un sasso contro i vetri, intorno c’era attorcigliato un biglietto con sopra scritto : ‘Morrai !’, era firmato ‘La zampa nera’.
Nel frattempo l’agnello furioso aveva aggredito e morsicato il vecchio cane perché voleva andarsene anche lui.
Come al solito, quella sera, l’usignola non poteva dormire. Un poco era l’amore e un altro poco la paura per quelle minacce di morte. Decise di uscire per andare a guardare la finestra di lui.
Si stava mettendo un goccio di profumo al gelsomino, quando qualcuno bussò ai vetri : era Giuseppe Fa Diesis, con due occhietti spiritati, <Ti debbo parlare>, le disse.
Mimma uscì a volo felpato, <Io ti amo di amore nuziale>, sussurrò lui, e tentò di baciarla.
L’usignola girò il viso paonazzo, allora lui l’abbracciò inginocchiandosi davanti a lei e osò poggiarle, lentamente, la testa sul seno.
<Lasciami, caro>, disse Mimma dolcemente.
Gli sfuggì dalle ali e rientrò nella propria stanza. Da uno spiraglio tra le imposte cercò di distinguerlo ancora, ma non lo vedeva più.
Le era venuta una bellissima idea : ‘Lo posso guarire! Gli posso donare il mio ritmo armonioso. Appena lo vedo glielo dico‘.
Era rimasta senza sciampo e così andò al negozio a comprarlo. Al ritorno gli avrebbe fatto dono del ritmo armonioso.
Non poté resistere alla tentazione di un vestitino lilla per sé e di una camicia da notte a fiori. Si fece pure un giretto al mercato e vide che un giovane gatto tutto nero, bellissimo, ma molto malridotto, stracciato e a piedi nudi, vendeva strana merce. Le fece pena e si avvicinò convinta a spendere i suoi ultimi soldi per comprare una bambolina di pezza che egli esibiva in mano.
<Signorina, vuole una bambola di pezza? Un palloncino buffo di tutti i colori? Una lozione che fa ricrescere i capelli anche ai calvi da dieci anni?>, chiese lui speranzoso,<Un euro al pezzo, soltanto un euro>.
‘Chissà se sarà capace di fare crescere la coda ai pavoni ?‘ pensò Mimma, così la comprò per portarla a casa. Infine spese i suoi ultimi soldi nell’acquisto di un barattolo di miele per l’agnello furioso e si mise in tasca il resto che le dettero: due euro e cinquantacinque centesimi, tutto il suo avere.
Contemporaneamente, alla clinica degli Irrecuperabili, Giuseppe Fa Diesis, con la borsa del ghiaccio fra le mani perché ancora febbricitante dopo le tensioni amorose della notte precedente, si guardava allo specchio nella sua stanza : ‘Posso donarle la mia intonatura’ , pensava, ‘e lei sarà felice con un altro’.
Si tolse i tappi di cera dalle orecchie e sentì l’urlo orrendo dei pavoni, che avevano fatto lega con l’agnello furioso : <A morte l’usignola Mimma>.
Fu troppo per Giuseppe Fa Diesis : vide una specie di lampo abbagliante, sentì un tuono nel cervello e cadde a terra svenuto.
Intanto la pavona più giovane e dal cuore buono corse in cerca dell’usignola per salvarla dalla folla inferocita. Avessero avuto un telefonino sarebbe stato facilissimo dirle cosa stava accadendo, ma agli irrecuperabili era severamente vietato. Nella propria stanza Mimma non c’era, in cucina a mangiucchiare nemmeno, in giardino non c’era, nascosta nella siepe di pitosforo  neanche. La pavona attraversò tutto il bosco col cuore in gola, perché era una ragazza fondamentalmente timida, finalmente l’incontrò e l’avvertì. Mimma le diede la lozione contro la calvizie da applicare in loco, la pavona arrossì, si isolò dietro un cespuglio e subito apparve una peluria variegata che crebbe, gonfiò, moltiplicò fino a che divenne, nel giro di pochi minuti, che dico, di secondi, una coda meravigliosa, con tutti i colori dell’arcobaleno.
Con la lozione stretta al cuore  e il miele per l’agnello nell’altra mano, la pavona tornò alla casa degli Irrecuperabili mentre l’usignola fuggì dalla parte opposta.
Il roveto osò nascondere la fuggiasca nelle proprie stanze più segrete, dopo averle preparato un lettino di fortuna. Se avessero scoperto che dava ricovero ad un’irrecuperabile l’avrebbero estirpato dalle radici.
L’usignola Mimma dormì sonoramente ed era ancora nel meglio quando il roveto la svegliò scuotendola, aveva visto il telegiornale e c’erano notizie fresche: i pavoni erano guariti, l’agnello era diventato mitissimo, pure Giuseppe Fa Diesis aveva riacquistato il senso del ritmo a causa del trauma ricevuto quando aveva sentito l’orribile urlo:  <A morte l’usignola Mimma>.
Così, aggiunsero tutte le spine in coro, erano andati i genitori con la fidanzata a prenderlo.
<Fidanzato? Era fidanzato ?>, chiese l’usignola arrossendo. Nella sua fervida fantasia lo vide al braccio di una bionda procace con grandi ali, grandi boccoli e grande scollatura.
Chinò la testa : <Soltanto io non sono guarita>, aggiunse sottovoce.

Giuseppe Fa Diesis e Dolcecanto pigliavano il tè seduti al bar Contralto, il locale più raffinato del bosco. Lei era comunque bionda, ma senza boccoli.
<Non ti amo più>, le disse lui, <e non voglio più cantare con te>.
<Allora sei innamorato di un’altra. Chi è costei, chi è ?>, pigolò sibilando Dolcecanto.
<Nessuna, nessuna>, mentiva lui.
<E’ quella sdolcinata di Beccodoro>.
<No>.
<E’ quell’antipatica di Canterellina>.
< No >.
<E’ quella smorfiosa di Tuttabella>.
< No, no…>.
<E’ quella scimunita di Sepulcria>.
<No, no, no…>.
Dolcecanto gli girò le spalle e, tentando di tenere la schiena più dritta possibile, lo abbandonò, offesissima, al tavolino del bar. Sarebbe stata una grossa seccatura trovarsi un altro fidanzato benestante.
Qualche sera più tardi Giuseppe Fa Diesis si presentò, con le ali tremanti, al nido di mamma e papà usignolo. Si accasciò sul divano e si sciolse in lacrime.
<Voglio sposare l’usignola Mimma>, gemeva, <le regalerò il 50% della mia intonatura e vivremo felici, senza chiedere niente a nessuno>.
<Ma che dici, figlio mio ?>, gli chiese papà usignolo.
<Col 50% di intonatura farete la fame>, osservò mamma usignola.
<Le darò io il 50% della mia intonatura> proclamò mamma usignola dopo averci pensato un attimo.
<No, moglie, glielo darò io>, disse con voce alta e ferma papà usignolo battendosi il petto. Gli era insopportabile il pensiero che lei restasse mutilata.
<Ho detto che glielo do io>, trillò acutamente mamma usignola. Le era insopportabile il pensiero che lui restasse mutilato.
<Niente affatto, glielo voglio dare io perché sono quello che l’ama di più>, si agitò Giuseppe Fa Diesis.
L’indomani mattina Giuseppe Fa Diesis tornò insieme ai propri genitori.
<Privarsi del 50% di intonatura è una mutilazione bella e buona, signori miei>, declamò il vecchio medico chirurgo del bosco, <ma se ognuno di noi quattro genitori le desse il 25% di intonatura, la ragazzina sarebbe completamente a posto e nostro figlio pure. Provvederò io al trapianto di intonatura>.
Detto fatto, il giorno seguente si presentarono dal notaio e firmarono, con ala ferma, l’atto di donazione. Il vecchio medico chirurgo distillò la preziosa intonatura e consegnò la provetta a Giuseppe Fa Diesis raccomandandogli di trovare l’usignola e di fargliela bere fino all’ultima goccia.
Speranzoso, il baldo giovine spiccò il volo : 'Non può essere morta' , pensava, 'io l’amo troppo'.
In quanto ai quattro genitori, si ritirarono ognuno in un posticino isolato, in fondo al bosco, a provare ciò che era rimasto della propria voce e a piangere disperatamente per il terribile sacrificio compiuto.
Il roveto seppe tutte queste novità dalla televisione e informò l’usignola, che da tutto il giorno se ne stava accasciata in poltrona facendo finta di leggere un libro di galateo.
<Non posso accettare un tale sacrificio, roveto>, rispose l’usignola, <debbo fuggire>.
Si punse, con una spina, un dito e si macchiò di rosso le piume del petto. Si fece le trecce,
che erano la pettinatura preferita delle giovani pettirosse.
Tutte le spine dicevano che era buffissima e le ridevano in faccia, il roveto, invece, era preoccupato.
<Vado a cercare lavoro dai pettirossi, debbo pure guadagnarmi da vivere. Così mascherata non mi riconoscerà nemmeno il sole>, disse l’usignola con tono deciso.
<Se ti pigliano, ti chiudono all’ultimo manicomio e da lì non è uscito mai nessuno>, sussurrò il roveto, <resta qui, baderò io a te, ho tante figlie, una più, una meno…>.
Tutte le spine, in coro, dicevano : <Non andare, non andare>. Cocciuta, l’usignola spiccò il volo dalla finestra.
Le piume del petto macchiate di sangue attirarono subito le attenzioni di un baldo pettirosso, un certo Marcello, grande dongiovanni, che la portò al proprio nido e le presentò sua madre. Lei la esaminò dalla testa ai piedi con atteggiamento critico, lui le lanciava occhiate di fuoco.
Fu assunta come domestica seduta stante, ma dovette ben presto involarsi perché il bel
Marcello le fece un’ardente richiesta di nozze immediate.
<Dove scappi, scema>, le gridava correndole appresso ad ali forsennate, <ti voglio sposare e ti sarò fedele un’ora, forse due. Se ti piglio ti ammazzo>.
Terrorizzata, l’usignola si appiattì contro un masso. Era finita quasi dentro l’ultimo manicomio, il corvo custode le disse quale fosse il luogo e le chiese cosa volesse e come si chiamasse.
L’usignola era cerea e tutti i riccioli le saltavano per aria dalla paura.
Rispose che sfuggiva ad un corteggiatore sgradito. Il suo nome ? Rosa Scarlatta, il primo nome da pettirossa che le venne in mente. Dove andava? Dal proprio fidanzato, un uomo aggressivo, geloso e nerboruto. Forse conosceva la colomba infedele? Mai vista. E sapeva niente dell’usignola stonata ? Gracchiò nervosamente il corvo. Bisognava impedirle di bere l’intonatura o sarebbero rimaste mutilate quattro persone.
<Tutti dicono che è morta>, rispose l’usignola sottovoce.
Arretrò con un sorriso tremante di saluto, spiccò il volo e cadde in un cespuglio di margherite gialle, che erano allegrissime e le fecero una gran festa.
Ad ali spalancate, Mimma fuggì a casaccio per il bosco, inciampando negli zoccoletti con la suola ortopedica.
Si sentiva così sola ed era affamata. Un albero carico di ciliegie, impietosito, l’invitò a pranzo, ma quando lei allungò una zampa, comparve una vecchia topa bionda, che la scacciò via istericamente dalla sua proprietà.
L’usignola riprese il volo a zigzag. Si trovava in tasca quei pochi soldi di resto che le aveva dato il gatto nero al mercato e non sapeva dove andare né dove avrebbe potuto
passare la notte.
Sorpassò un giardino carico di zinnie, che chiacchieravano coi garofani di Spagna raccontandosi barzellette botaniche. Alla finestra del proprio cespuglio di margherite una farfalla orribilmente grassa guardava le sue simili, che danzavano piroettando più leggere dell’aria. I suoi occhi erano due laghi di dolore azzurro. ‘Chissà quant’è infelice pure lei, povera creatura‘, pensò l’usignola, ‘proprio come me, che non posso cantare'.
Volò ancora, a lungo. Sotto di lei sembrava che il bosco non dovesse finire mai e veniva un tramonto rosso, con nuvoloni blu allegrissimi e sventati.
‘ Potrebbe anche piovere e ho sonno ‘, pensò sentendosi le ali grevi.
Si fermò a un bar dove ordinò due brioches con una tazza di latte tiepido. Era quanto potesse permettersi. Tutti la guardavano incuriositi ammirandola in cuor loro e l’usignola si ingozzò in fretta un po’ per la fame e un po’ per il disagio. Lasciò gli ultimi centesimi di mancia sul tavolino, uscì con sollievo dalla pasticceria e si guardò attorno.
Vide, poco più avanti, su una collina, una specie di torre merlata intorno a cui volavano le colombe e un muro diroccato tutto ricoperto dall’edera. Di fronte c’era una vecchia fontana senz’acqua, decorata da un puttino di farfalla librato a volo. L’ampia conca della
vasca era strapiena di spazzatura abbandonata lì dentro dai turisti maleducati.
< Vuoi che ti pulisca la conca da tutta quella sporcizia? Hai bisogno di una domestica ? >, chiese l’usignola. La fontana non le rispose perché faceva finta di essere morta, tanta era la vergogna per essere rimasta secca e sterile.
L’edera, che abitava di fronte, le sorrise amichevole : <Ti occorre una camera ? Io faccio prezzi modici>.
L’usignola inghiottì a vuoto avvampando: <Ho perduto il portafogli> mentì a bassa voce.
<Mi pagherai quando ti sarà possibile>, rispose l’edera, <non ti lascio dormire per strada. Entra pure>.
La portò in una stanzetta minuscola, ma pulitissima e bene arredata. Le offrì delle paste e un vermuttino. Insisté perché Mimma mangiasse proprio tutto. Infine le confidò le sue pene d’amore : <Vedi questo muro al quale sempre mi attacco? Non mi vuole affatto bene, ormai sono anni e anni, sto perdendo la speranza che un giorno mi parli. Ha proprio un cuore di pietra>.
Non era facile trovare un lavoro e questo l’usignola lo sapeva benissimo. Le chiedevano la carta d’identità. <Sono una pettirossa fuggiasca>, affermava lei indicando il seno macchiato di sangue. La gente non si fidava.
Non avendo più come vestirsi, cucì insieme petali di geranio, margherite e garofani di Spagna, tagliò un modellino semplice semplice e, finalmente, poté cambiarsi. Si appuntò le trecce sul cocuzzolo, convinta che così fosse irriconoscibile.
Il sole, quella mattina, si era messo un buffo cappelluccio sulle ventitré e la cravatta a pallini. Una schiera di colombi faceva i turni per tuffarsi nel fiume, che abitava più avanti.
Da lontano la fontana guardava di nascosto il colore dorato dell’acqua che scorreva e il puttino si sentiva struggere il cuore.
‘Fa troppo caldo‘, pensò l’usignola, ‘vado a vedere cose c’è oggi nella vetrina della colomba Angelica e me ne torno a casa‘.
La colomba Angelica, detta infedele, in realtà non aveva mai avuto un fidanzato perché ancora non s’era innamorata, pur avendo da un bel po’ l’età giusta per il matrimonio. Così le avevano messo addosso quell’etichetta e i suoi simili la guardavano storto, i maschi perché diceva a tutti di no e le femmine perché erano gelose di tanta bellezza e fortuna.
Difatti Angelica gestiva un’avviatissima boutique nel centro del prato e vestiva tutte le signore della buona società, perfino la marchesa De Grillonibus, che era di gusti difficili.
Quando la colomba vide quella stupenda pettirossa davanti alla sua vetrina, le chiese chi mai le avesse confezionato un abito talmente insolito e raffinato.
Mimma puntò l’indice contro se stessa e disse: <Io>.
Venne invitata ad entrare e fatta accomodare in poltrona, con i piedi sollevati su un pouf ed il ventilatore acceso davanti. Si sentiva una regina sul trono.
Fu così che trovò lavoro : disegnare stoffe e modelli. ‘ Credevo di sentirmi felice ‘, pensava l’usignola, ‘e invece … ’.
Adesso aveva tutto il cibo e gli abiti che voleva, ma pensava sempre a Giuseppe Fa Diesis.
Sapeva dal telegiornale che la cercava ancora, l’avevano pure intervistato. Era dimagrito così tanto. ‘Lo dimenticherò, mi dimenticherà‘, pensava Mimma, era ancora una fanciulla e non sapeva che il vero amore è eterno e non si può dimenticare.
Fu allora che la colomba Angelica si innamorò. Lui era un poveraccio, andava avanti a panini e mortadella e trasportava pessime stoffe su una sconquassata utilitaria, che stava insieme per forza di volontà, proprio per quanto era affezionata al suo padrone. Non era bello, ma simpatico sì. La colomba Angelica gli propose di fare il piazzista per lei, gli contò il primo mese anticipato e lui l’invitò a cena troppo in fretta, così come lei troppo in fretta rispose di sì.
La notte seguente ci fu talmente caldo che il puttino della fontana incominciò a vagire lamentosamente. L’usignola si alzò e corse al ruscello per fare bere un secchio d’acqua alla fontana. ‘ Allora non è morta ‘ pensava felice.
L’indomani cambiò pettinatura. Preparò una lozione con un quarto di resina di pino e tre quarti di acqua, si lisciò i capelli e li tagliò corti. ‘Se lui passerà di qui non mi potrà riconoscere‘, pensava.
Un papavero, che si era preso una cotta per lei, le saltò in testa rimanendoci incollato. Invadente e festaiolo come tutti i papaveri, le sussurrava complimenti in continuazione.
Per il matrimonio della colomba Angelica si confezionò un tubino lungo color notte stellata con fusciacca di velo d’aurora. Ebbe molto successo e tutte le donne ne furono gelose.
Gli sposi erano talmente felici che l’usignola non li poteva guardare senza che il cuore le si
torcesse nel petto. Trattandosi di colombi, tutta la sala era adornata con pannocchie di granturco.
Prima di partire, la sposa le lanciò il mazzolino di fiori. Mimma lo buttò, senza farsene accorgere, fra le zampe di una passerotta spennacchiata, che aveva fatto tappezzeria tutta la sera. Subito un passero alto, elegante, in giacca e cravatta blu, l’invitò a ballare. Lei alzò due occhi radiosi su di lui, senza fare caso all’abbondante calvizie.
'Ci si abitua a tutto‘ , pensava l’usignola tornando a casa, ‘ essi si abitueranno all’amore ed io al dolore‘.
Fra i suoi capelli, strettamente avvinghiato, c’era il papavero semiappassito.
Mimma gli mise i piedi a mollo in un secchio d’acqua, <Esci subito dalla stanza di una signorina>, lo ammonì.
Coi piedi gocciolanti, il papavero uscì.
Il giorno successivo il sole si svegliò con l’indigestione. Tutte le nuvole, accaldate, si erano tuffate in mare per farsi un bel bagno. Il sole si mise a strillare:
<Venite su a coprirmi, sto bruciando tutto il bosco>.
L’usignola sentì il forte grido della fontana e le ali del puttino incominciarono a spaccarsi. Scappò subito con un secchio d’acqua, ma ebbe appena il tempo di versarlo nella conca screpolata che si sentì male, malissimo. Si rivolse al sole:
< Non bruciarci così >, pigolò.
In quel momento il sole riconobbe la voce dell’usignola stonata, vide che era mascherata da pettirossa e incominciò a gridare : <Alzati! Alzati, mettiti al riparo>.
Ma lei cadde a terra svenuta.
<Alzati, torna a casa>, il sole si mise a piangere lacrime di fuoco.
L’usignola si guardò attorno. Tutti i colori erano cambiati e davanti a lei, sopra un albero dai fiori strani, c’era un usignolo di grande bellezza, che sembrava fatto di aria nell’aria.
<Dove sono?>, chiese.
<Sei nel Paradiso degli usignoli>.
Mimma si sentì galleggiare in canti mai ascoltati. Provava una dolcissima pace in ogni piuma.
Egli la guardò con intensità e le sorrise : <Bel Canto>, gorgheggiò.
L’usignola non si stupì che conoscesse il suo vero nome.
<In tutta la vita non hai fatto che amare. Guarda>.
L’usignola vide la clinica degli Irrecuperabili, ormai trasformata in Istituto di bellezza. <Li hai guariti tutti>, disse l’usignolo di luce, <guarda come sono felici e come si ricordano di te>.
Perfino il vecchio cane teneva la sua fotografia sulla scrivania, <Ma come, ma se non mi poteva vedere>, strabiliò l’usignola.
<L’amore è potente>, cantò l’usignolo di luce. <Adesso chiedimi tutto quello che vuoi ed io te lo darò>.
<Ma la mamma diceva che l’erba voglio non nasce nemmeno nel giardino del re!>.
L’usignolo si mise a ridere : <In Paradiso nasce>, rispose. Era tutto scoppiettante di allegria.
<Voglio … per favore, che Giuseppe Fa Diesis sia felice>.
<Sarà felice>.
<E che le erbe, i fiori, il ruscello, la fontana e gli animali non muoiano per la siccità>.
<Vivranno>.
<E puoi pure restituire l’acqua alla fontana?>.
<Avrà l’acqua>.
<E che i nostri genitori non si privino di un quarto di intonatura per me>.
<Non saranno privati>.
<E che il muro si innamori dell’edera. Questo è proprio impossibile>.
<L’amerà>.
<Grazie. E che il roveto abbia il dono di fiorire>.
<Su ogni spina nascerà un mazzetto bianco e profumato. Ma per te, che vuoi?>.
<Per me?>.
<Per te, Bel Canto>.
Era per lei un tale refrigerio sentirsi chiamare col proprio vero nome da quell’essere stupendo, che le mostrava tanto affetto.
<Fammi cantare>, mormorò.
<Canterai>.
<E come?>.
<Alla maniera celeste. Canterai perché chi ama canta>.
<Canterò il repertorio dell’usignolo?>.
<No. Canterai il canto celeste>.
<Ma io so che era perduto per noi>.
<Perché avevate perduto l’amore>.
<Ma …>.
<Apri la bocca e canta>.
L’usignola obbedì e dette un gorgheggio soave, poi un altro e un altro ancora. Cantò a lungo, a piena voce, e nemmeno una nota tremò o stridette.
Si volse all’usignolo di luce, che l’ascoltava ridente.
‘Sono tanto felice con te ‘ , pensò intensamente.
<Ma Giuseppe Fa Diesis non può essere felice senza di te>, rispose lui. E disparve lentamente.
L’usignola giaceva sempre riversa ai piedi della fontana mentre il sole si buttava le mani fra i capelli.
‘E’ morta‘, pensò la fontana, e le si spezzò il cuore dalla sofferenza. Dal profondo di quella ferita schizzò il getto di una falda acquifera sotterranea, freschissima e pura, che stava lì sotto da sempre, anche se nessuno lo sapeva.
Subito la conca si riempì, l’acqua traboccò impetuosamente, raggiunse l’usignola e la bagnò cancellando la macchia di sangue sul petto.
Giuseppe Fa Diesis stava esplorando col binocolo giusto quei dintorni e la riconobbe subito, anche se non aveva più i suoi riccioli così belli.
<E’ lei>, gridò, <è morta. Troppo tardi! Troppo tardi !>.
La prese tra le braccia. Era tanto dimagrita. Era tanto leggera. Intanto arrivarono le nuvole e incominciò a diluviare. Accorsero gli amici e i conoscenti dell’usignola: l’edera, la colomba Angelica col marito Francesco, le sarte della boutique, le clienti con la marchesa De Grillonibus e tutti i suoi corteggiatori.
Ben presto la tragica notizia si sparse dapertutto e i genitori, straziati, si serrarono in casa per dare inizio al lutto. Anche i suoceri piangevano e singhiozzavano.
Ma all’improvviso l’usignola sospirò e rialzò la testa. <Non è morta, era solo svenuta>, gridò giulivo un grillo verde smeraldo, e saltò a rettificare le cose.
Mamma e papà usignolo, coi suoceri, si precipitarono appresso al grillo. Senza pensarci, presi da gioia folle, attaccarono la sinfonia più difficile del repertorio degli usignoli e la cantarono dall’inizio alla fine, secondo le regole, come se mai si fossero privati di un quarto di intonatura per uno.
Sorvolarono il roveto, che era tutto fiorito. Era stato il trauma. Quel vecchio cuore che batteva in fondo al tronco aveva creduto di morire prima per il dolore e dopo per la gioia e d’impeto, in testa ad ogni spina, era nato un cappellino fragrante.
L’usignola mormorò : < Acqua, acqua …>.
<Bevi questa, amore, ti farà bene subito>, disse Giuseppe Fa Diesis mettendole nel becco la boccetta dell’intonatura, che lei fece fuori fino all’ultima goccia.
<Come sono felice>, ripeteva lui.
< Sei tu, sei felice … >, voleva dirgli l’usignola, ma non poté pronunziare parola perché le venne un canto irruente. Gorgheggiò a lungo mentre tutti trattenevano il respiro cadendo in catalessi. La colomba Angelica stava per svenire pure lei dall’emozione tanto che il marito Francesco dovette darle una sberla. Le farfalle caddero a terra prive di sensi a pancia all’aria, con atteggiamento ben poco dignitoso per la loro vanità. Le nuvole erano in stato collassiale, < Oh, come mi sento debole >, si lamentò perfino il sole.
L’edera, per un breve attimo, ebbe una specie di mancamento e abbandonò il muro,
<Non lasciarmi, cara>, disse lui con voce cavernosa, <ti amo anch’io>.
Molti gerani e margherite più anzianucci persero i petali per eccesso di canto, infine arrivarono in massa gli usignoli del bosco. Giuseppe Fa Diesis li minacciò col pugno temendo che volessero arrestarla, ma essi la guardarono con sommo rispetto e riconobbero che quel genere di gorgheggio era al di sopra del rigo musicale. <Non potremmo assolutamente imitarlo, nemmeno in minima parte >, confessarono stupefatti. Ed invitarono l’usignola ad esibirsi, fuori concorso, al Festival delle voci eccelse.
Intanto la moglie del grillo aveva raggiunto il marito e, insieme coi genitori e i suoceri dell’usignola, volavano, cantavano e saltavano avvicinandosi sempre più.
Il colombo Francesco, sentendosi piacevolmente brillo, come se si fosse bevuto due o tre bicchierotti di quello buono, diede inizio alle danze, subito imitata dalla bella moglie, ancora pallida di emozione, e da alcuni usignoli bambini, che si misero a fare il girotondo tenendosi per le ali in mezzo alle nuvole ormai tornate in sé e tutte vogliose di raccontarsi a vicenda la gran cosa avvenuta. Pure il sole si sentiva meglio, con le tempeste atomiche nuovamente a posto. I papaveri rialzarono il capo più rossi che mai, in quanto ai colombi, grandi innamorati dell’amore e della fedeltà, stavano tutti piangendo commossi con un sorriso ebete sulla bocca.
Il sole, con due occhietti languidi e compiaciuti, ammirava il primo bacio d’amore tra i due fidanzati.
Giuseppe Fa Diesis prese il volto radioso dell’usignola fra le sue mani:
<Io ti amo di amore nuziale >, le sussurrò tutto rosso.
Era la stessa frase di tanto tempo prima.
L’usignola riprese impetuosamente il gorgheggio, lui dapprima a stento, via via più sicuro, iniziò il controcanto.
Mimma spalancò gli occhi nella luce mentre il cuore le scoppiava di gioia.

Domenica Luise


Se volete leggere questa stessa favola illustrata con tutti i disegni a colori, 








8 commenti:

  1. Questa tua bella storia l'avevo già letta, ma è stato bello rileggerla di nuovo. Quanti miracoli può fare l'amore! E anche il tuo canto...mi sembri proprio un'usignola...intonata! :)

    RispondiElimina
  2. L'opinione di una musicista mi rassicura non poco. Ho voluto ripubblicare qui il solo testo, chi poi vuole vedere o rivedere anche i disegni può sempre andare all'altro blog. È vero: l'amore fa sempre miracoli, gli stonati cantano, i vecchi esultano di vitalità e tutto si moltiplica sorprendendo.

    RispondiElimina
  3. Ciao Luise!!! Bello ritrovarti con questa favola d'amore. Vagabondando per il web... quanti ricordi ritrovati!
    Un abbraccio di bene, Titti

    RispondiElimina
  4. Che gioia anche per me, cara Titti, risentirti, è tutto sempre fresco e vivo quando si incontrano gli amici.

    RispondiElimina
  5. Bella utopia in una bella fiaba piena di sorprese, di situazioni scontate e altre molto originali.
    Sena dubbio, un gran bel racconto, forse più apprezzato dagli adulti che dai ragazzini.
    Ciao, Luise e ....in bocca al lupo per la tua estrosa creatività.
    Narda

    RispondiElimina
  6. Grazie, Narda, per il tuo prezioso intervento. Ed hai ragione: il racconto non è stato scritto per i ragazzini, è venuto da solo, con una certa irruenza, soltanto dopo mi sono accorta che poteva essere adatto anche ai piccoli. Tuttavia quella che si è divertita fa matti sono io stessa, che mi sono rivissuta in fantasia, dall'altro lato mi sono anche commossa trasformando la banalità del quotidiano in un amore profondo cercato e infine realizzato come tutti sogneremmo: a volo, nel bacio d'amore, malgrado tutto.

    RispondiElimina
  7. Mimma, mi hai fatto morire! Dapprima ascoltavo tutta compresa e compiaciuta, poi mi sono immaginata i tuoi, parenti o amici o vicini, che entravano in cucina mentre cucinavi gorgheggiando... :D(O magari gorgheggiavi cucinando?)

    RispondiElimina
  8. Ehi, Lillo, che bello ritrovarti anche qui...Giammai gorgheggerei in quel modo dinanzi a parenti, amici e vicini, queste cose le faccio di notte e da sola, col favore delle tenebre. Quando cucino bado solo a far presto.

    RispondiElimina